Ho letto recentemente un post scritto da una fonte autorevole, con oltre 52 mila like, che afferma:
“Se i bambini sono rumorosi, oppositori, irrequieti, selettivi, non sei tu che sbagli qualcosa: si sentono semplicemente sicuri ad essere loro stessi con te.”
E ancora:
“Il modo di essere dei tuoi figli ti mette in difficoltà perché a te hanno insegnato ad obbedire senza fare domande, a dormire da sola, a lasciar parlare gli adulti, a stare buona, ad essere una BRAVA BAMBINA.”
Potrei scrivere un trattato di cento pagine su questo tema, ma mi limiterò a qualche riflessione da condividere con chi avrà voglia di leggere.
Frasi come queste, per quanto possano sembrare consolatorie, rischiano di essere fuorvianti. Non conoscendo la storia del bambino e della famiglia, come può uno psicologo assumersi la responsabilità di dire semplicemente: va bene così? Come se fosse solo ed esclusivamente il suo modo di esprimere se stesso e la sua libertà.
E se invece prendessimo come unico serio postulato questo: ogni manifestazione del bambino è una risposta sensata all’ambiente. Se fosse davvero così, possiamo noi, da professionisti — per una manciata di like e visibilità — suggerire ai genitori di ignorare queste spie che i bambini ci restituiscono?
Nel discorso educativo contemporaneo sembra celebrarsi l’idea di un bambino così autentico e così forte nella sua natura da non poter essere contenuto dalle regole comuni, quasi come se la capacità di non farsi “imbrigliare” fosse un segno di forza. Come se il bambino che non accetta limiti fosse, in fondo, il bambino più vero.
Eppure, guardando la vita quotidiana, vediamo sempre più spesso bambini che fanno fatica a stare nei contesti sociali, a tollerare un no, ad accettare che il mondo non possa adattarsi sempre ai loro desideri.
Nel frattempo molti genitori cercano di dare ai figli tutto lo spazio possibile, tutta l’attenzione possibile, negano i no. Tengono lontana la noia, l’attesa, anche la minima frustrazione e per farlo finiscono spesso per mettere da parte se stessi, adattarsi continuamente, quasi annullarsi. A volte arrivano perfino a vivere la vita dei figli, sostituendosi a loro.
Ma qui entra in gioco qualcosa di molto più profondo.
Se io genitore non conosco bene la mia storia personale, se non entro in profondità dentro ciò che mi ha formato, è come se le mie mancanze, i miei bisogni non accolti, muovessero in maniera invisibile i fili di ogni mia relazione, persino quella con i miei figli.
Quando diamo ai nostri figli qualcosa che noi non abbiamo ricevuto, a volte lo facciamo per compensazione.
Avevamo sete.
E allora diamo da bere a loro anche quando non hanno sete, anche quando stavano semplicemente vivendo la loro giornata senza chiedere nulla.
Questo non significa che ci sia cattiveria o egoismo. Significa semplicemente che, a volte, stiamo rispondendo più alla nostra storia che ai bisogni reali del bambino.
Ed è qui che succede qualcosa di molto interessante.
Quando l’adulto agisce principalmente per riparare la propria storia — per le proprie ferite, le proprie mancanze, le proprie comodità — il bambino rischia di scomparire.
È come se finisse dietro un vetro riflettente.
L’adulto guarda quel vetro convinto di vedere il bambino.
Ma in realtà vede soprattutto il proprio riflesso.
E il bambino, dall’altra parte, sembra quasi gridare:
“Mi vedi?”
“Mi senti?”
“Riesci davvero a capire quello che sto vivendo?”
Ma l’adulto, senza accorgersene, continua a parlare, convinto di parlare con il bambino, mentre in realtà sta conversando, ancora una volta, con se stesso.
Se il bambino non vi vede davvero presenti, state pur certi che non finirà bene.
Un po’ come succede a noi adulti: se parliamo con qualcuno e sentiamo che con la mente è altrove, dopo poco ci stanchiamo. Ci sentiamo non visti, non ascoltati e i bambini, in questo, non sono molto diversi.
Può essere che approvare e celebrare la rumorosità, l’opposizione, l’irrequietezza e l’iperselettività dei figli — in nome della diversità a tutti i costi — non sia anche una modalità più facile e meno responsabilizzante?
Molto più facile che abbassarsi al loro livello, stare lì in silenzio, guardarli negli occhi quando ci parlano, ascoltarli davvero senza la fretta di ribattere. E dire:
“Mi dispiace che tu ti senta agitato. Mi dispiace che tu faccia fatica a fermarti. Ti vedo. Ci sono. E mi dispiace se prima non ti ho ascoltato.”
C’è poi un’altra cosa che forse vale la pena dirci con un po’ di onestà.
Non è sempre tutto splendido, non sempre la rumorosità, l’opposizione, l’irrequietezza sono semplicemente il segno di un bambino libero, autentico, che esprime se stesso.
A volte sì, ma non sempre, a volte sono segnali, come le spie della macchina, piccoli messaggi che il bambino ci restituisce quando qualcosa nella relazione, nell’ambiente o nel suo mondo interno fatica a trovare un equilibrio.
Il punto non è cercare il problema a tutti i costi, ma nemmeno romanticizzare ogni difficoltà come se fosse automaticamente un segno di libertà.
I bambini parlano attraverso il comportamento e il comportamento ha SEMPRE qualcosa da raccontare e il compito dell’adulto non è celebrare tutto, né correggere tutto.
Il compito dell’adulto è restare curioso, fermarsi e chiedersi:
Cosa mi sta dicendo davvero questo bambino? Cosa fa muovere dentro di me? In che episodio o momento della mia infanzia mi conducono i suoi comportamenti?
Perché a volte il messaggio è semplice e a volte, invece, ci sta chiedendo qualcosa di più difficile: di guardare anche dentro di noi.
Stare nella sofferenza dell’altro non è facile, richiede anche di fare i conti con la propria storia, con quella volta in cui ci siamo sentiti traditi dai nostri genitori, quando non ci hanno supportato, quando non ci hanno ascoltato. Possiamo dircele queste cose.
Noi non abbiamo la responsabilità di proteggere i nostri genitori, ma, in quanto genitori, con tutti gli strumenti che abbiamo oggi, abbiamo la piena responsabilità dei nostri figli.
E tutto parte da qui.
Se non conosco,
ripeto.