Veronica Maltoni

Ogni storia che ascolto

Illustrazione di Federica Fabbian.

Da quando ho ripreso questo percorso, devo dire che tutte le storie che ascolto mi generano mille domande: per fare chiarezza, per portare ordine, per scendere un gradino alla volta verso quella porticina che fa così tanta paura aprire. Le famiglie, a volte, sono case con stanze chiuse da anni, porte che nessuno apre e corridoi in cui si cammina in punta di piedi.

Ogni storia mi insegna sempre di più che il problema, sebbene sembri stare in superficie, per esplorarlo richiede immersione, fiato e coraggio.

In ogni storia che ascolto, ho la conferma di quanto la nostra storia familiare abbia un peso gigantesco. La memoria è cellulare, vive in ogni nostra singola cellula. È un’istruzione implicita che guida comportamenti e reazioni, nascosta nelle ombre.

Ogni storia che ascolto apre una nuova porticina della mia storia personale. Ogni racconto parla, in qualche modo, anche di me. Ogni storia mi porta a scavarmi dentro e, in questo scavo, divento una mamma, una compagna e una persona migliore.

Leggo, studio, leggo e leggo ancora. Ho libri in ogni luogo che frequento. Cerco di recuperare il tempo di pausa di questi anni, una pausa nata dalla ricerca di accettazione e dalla lealtà familiare. E anche questo trova conferma in ogni storia che ascolto. Non l’avevo capito prima, non l’avevo visto, anzi avrei giurato che fosse una scelta del mio libero arbitrio.
Ora, invece, so che senza prima visitare i nostri abissi, il libero arbitrio resta un’illusione.

Ogni storia che ascolto mi insegna anche il valore del silenzio e dell’ascolto. Siamo così presi dal trovare una risposta che spesso non ascoltiamo davvero. Anch’io ero così. E imparare ad ascoltare è stato uno degli strumenti che ha immensamente trasformato il legame con mio figlio.

Ad ogni storia che ascolto faccio sempre più mia una consapevolezza: quanto sia terribilmente faticoso voler cambiare un comportamento — nei figli come negli adulti — se prima non proviamo a comprendere cosa lo abbia generato alla radice. Ogni manifestazione racconta un tentativo di adattamento, una risposta del sistema a ciò che ha vissuto. E anche quando ci troviamo di fronte a una diagnosi o a una neurodivergenza, fermarsi all’etichetta non basta: serve comprendere la persona, la sua storia e il terreno in cui quella esperienza prende forma.

Ad ogni storia che ascolto, mi sintonizzo con il dolore che abita nelle parole, nelle voci tremule, nei sorrisi di imbarazzo. Un dolore, a volte, quasi impossibile da tollerare. E ora mi è chiaro quanto spesso desideriamo disfarcene, chiedendo agli altri di portarlo al posto nostro, cercando persino di convincerli che non si tratti di un masso da dieci chili, ma di un meraviglioso mazzo di fiori di campo. Ci abituiamo a portare pesi ereditati come se fossero parte naturale del nostro corpo.

In ogni storia vedo quanta confusione esista nei ruoli: nonne che fanno le mamme con i nipoti, mamme che restano figlie, sorelle che diventano madri, figli che prendono il posto di fratelli perduti, padri che continuano a essere i piccoli di casa.

In ogni storia che ascolto, ci sono le verità che non si possono dire. Nelle nostre famiglie spesso vige la regola dell’omissione, del silenzio, dei segreti, del non vedere. Segreti che si tramandano, che si muovono sotto i tappeti. Omissioni che spingono i più piccoli — e non solo loro — a costruire ipotesi su ipotesi per rammendare una tela rosicchiata. Ipotesi fuorvianti, ipotesi fantasiose, ipotesi che, troppo spesso, finiscono per colpire sé stessi pur di riuscire a dare un senso alla propria storia. A volte ciò che viviamo non nasce davvero nella nostra voce, ma è l’eco di parole mai dette, di dolori che hanno attraversato generazioni in cerca di un posto dove posarsi.

Quindi grazie. A chi trova le parole. A chi racconta anche con la voce che trema. A chi porta il proprio dolore senza sapere che, nel farlo, sta offrendo anche ad altri la possibilità di comprendersi un po’ di più. Ogni storia che ascolto lascia qualcosa in me. E, in silenzio, mi trasforma.