Veronica Maltoni

Chi deve crescere, qui?

Illustrazione di ignoto.

“Chiunque si applichi con costanza ad ascoltare la risposta dei bambini è un rivoluzionario” scriveva Dolto.

Ma chi lavora o è a contatto con i bambini si è chiesto il perchè di questa scelta?

C’è una cosa che sfugge, anzi penso qualche decina. Ma forse non è che sfugge, forse è che non ci siamo mai soffermati a pensarci, forse non ce l’hanno mai detto, forse erano più interessanti altre cose. 

Signori, cerco le parole più dirette per dirlo: non c’è una violenza che possiamo giustificare come educativa. Se vogliamo crescere una società migliore, davvero è il momento di fermarsi.

Non possiamo chiamare educazione urlare ai bambini per intimidirli.
Non possiamo giustificare il creare un clima di paura per avere il loro reverenziale rispetto.
Non si insegnano le buone maniere attraverso l’imbarazzo, la vergogna, la paura.

A maggior ragione a scuola. Qualsiasi scoperta sulle neuroscienze può confermare queste parole, non servono grandissimi studi, basterebbe anche solo fare qualche formazione sulle modalità didattiche e pedagogiche.

Trovo di cattivo gusto e anacronistiche le giustificazioni di chi celebra l’abuso di potere di un insegnante come educativo.

Nelle lunghe conversazioni col mio compagno, che pazientemente mi ascolta, mi confuta anche aprendomi a nuove riflessioni, e allo stesso tempo si mette in gioco -merita un riconoscimento di grande apprezzamento anche qui- concordiamo sul fatto che non esista un’infanzia perfetta. Non credo che la privazione di ogni frustrazione e l’assenza di limiti possano fare del bene. I limiti, anzi, sono strumenti importantissimi nelle mani di un adulto. Ma non vanno confusi con l’umiliazione.

E cosa intendiamo con adulto?

Un adulto è colui che ha compreso che la sua infanzia è finita, che ne è sopravvissuto e che può smettere di dipendere dall’approvazione di mamma e papà.

Un adulto è chi, davanti a una “provocazione” di un bambino, si assume la responsabilità di non reagire automaticamente. È chi prova a riconoscere quando, anziché vedere un bambino di undici anni, sta rivedendo nella propria testa una scena di quando veniva umiliato, abbandonato o incompreso.

Diventare adulti richiede coraggio. Anche il coraggio di guardare negli occhi le proprie ferite, chi ci ha fatto del male e chi assisteva senza fare nulla. È una parte importante del crescere. E se noi, con i nostri capelli bianchi, non abbiamo voglia di farlo, cosa esattamente stiamo chiedendo ai nostri bambini? Di crescere al posto nostro? Di fare fatica al posto nostro?
Io credo nel grande valore della scuola, di un’educazione. Credo fortemente che fare l’insegnante non sia un lavoro facile e ci sono insegnanti meravigliosi che ascoltano e si mettono in discussione, altri che forse hanno un disturbo di insegnamento non diagnosticato, e probabilmente hanno bisogno di aiuto.

Comprendere da dove nasce un comportamento non significa giustificarlo. Possiamo condannare l’azione riconoscendo la fatica di una persona.

Se ci avventiamo contro il carnefice, come anni di Facebook ci insegnano, e ci fermiamo lì, davvero non riusciremo a mettere in moto questo motore. Proteggere chi subisce e fermare la violenza viene prima; ma serve anche capire come impedirne la ripetizione.

Tutelare i diritti dell’infanzia, permettendo ai bambini di crescere nel rispetto di delicate fasi di vita, rispettandone i tempi e gli spazi, non è solo un dovere, ma un dono.
I loro diritti non si fermano alla base di avere un tetto sopra la testa, cibo e cure. Comprendono anche il diritto a essere protetti dalla violenza fisica e psicologica.

Il diritto del minore alla libertà da ogni forma di violenza
Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, Commento generale n. 13 (2011), CRC/C/GC/13, 18 aprile 2011.

Paragrafo 21

La “violenza psicologica”, così come vi si trova riferimento nella Convenzione, è spesso descritta come maltrattamento psicologico, abuso psicologico, abuso verbale, e abuso o abbandono emozionale e questo può includere anche:

a) Ogni forma d’interazione dannosa persistente con il minore come, ad esempio, comunicare ai bambini e alle bambine che non valgono nulla, che non sono amati, che non sono voluti, che sono a rischio e che il loro scopo consiste solamente nel soddisfare i bisogni di qualcun altro;

b) Spaventare, terrorizzare e minacciare; sfruttare e corrompere, respingere e rifiutare; isolare, ignorare e fare favoritismi;

c) Negare l’affettuosità emotiva; la salute mentale, i bisogni medici ed educativi;

d) Insultare, dare nomignoli, umiliare, sminuire, ridicolizzare e urtare i sentimenti del bambino o della bambina;

e) Esposizione alla violenza domestica;

f) Collocamento in stati di reclusione solitaria, isolamento o umiliazione o condizioni di detenzione degradanti; e

g) Bullismo psicologico e atti di bullismo da parte di adulti o altri minori, incluso attraverso strumenti informatici e comunicativi (ICTs) come i telefoni cellulari e internet (conosciuto anche come “cyberbullismo”).

Possiamo creare anche mille centri antiviolenza per le donne in una sola città, ed è necessario che esistano luoghi di protezione e sostegno. Ma se non impariamo a riconoscere cos’è la violenza anche nei confronti dei bambini, continueremo a trascurare una parte fondamentale della prevenzione. Non dobbiamo partire anche dalla radice?

Questo, che a leggerlo sembra una banalità, l’ABC, riguarda invece proprio le fondamenta che troppo spesso mancano nella società. Esigiamo rispetto, duramente, con severità, e davvero non sappiamo di dover essere noi i primi a darlo, questo rispetto.

Esigiamo rispetto dai bambini duramente, con severità. Ma siamo disposti a essere noi i primi a darlo?