Veronica Maltoni

Ad halloween mi vesto da frustrazione

Illustrazione di Laura Berger.

Il trauma. Probabilmente è uno dei temi più che spaventa di più chi ha un bambino in casa e chi prova a crescerlo.

Negli ultimi anni sembra che il trauma sia diventato ovunque: in una regola troppo severa, in un “no” detto con fermezza, in una delusione, in un litigio, in un limite imposto da un genitore stanco o preoccupato. Si sentono le ipotesi più creative sulle infinite possibilità di traumatizzare un bambino. Eppure, spesso, queste rappresentazioni hanno poco a che fare con ciò che si intende davvero per trauma.


Ma perché confondiamo il dolore con il danno, la frustrazione con la violenza, il limite con l’abbandono?

Ovviamente questo non significa che siamo liberi di sperimentare con i bambini e di agire senza preoccupazione di fare danni, ma quello che è certo è che un bambino non si traumatizza perché incontra un limite. Al contrario, i limiti sono uno degli strumenti attraverso cui il mondo degli adulti gli comunica sicurezza, prevedibilità e protezione.

Il trauma appartiene a un’altra dimensione, non è semplicemente ciò che fa soffrire. È ciò che un bambino è costretto a vivere da solo, senza la possibilità di comprenderlo, di nominarlo o di trovare un adulto capace di contenerne il significato.

Forse, allora, le domande da porsi sono: “Sto evitando a mio figlio ogni sofferenza?”
“Quando è in difficoltà, riesco a stare accanto a lui per poterlo aiutare a dare un senso a ciò che sta vivendo?” “Perchè vivo con così tanta fatica stare con la sofferenza degli altri, anche dei nostri cari?” “Come mi hanno fatto vivere le regole e i limiti?”, “Ho paura di diventare come i miei genitori?”

Ogni volta che vostro figlio manifesta un disagio, urla, risponde o si comporta male, iniziate a sentire cosa fa muovere dentro di voi. Seguite il pensiero che vi porterà automaticamente dei ricordi della vostra infanzia. Voi potevate comportarvi così? Cosa accadeva dopo? Chi era il genitore che temevate?

Quello, proprio quello, è il momento in cui il vostro cervello potrebbe smettere di rispondere al bambino che avete davanti e iniziare a reagire al bambino che siete stati, ma riguarda la vostra storia infantile e i vostri genitori. A questo punto, di solito, qualcuno risponde:
“No, io non ricordo nulla. La mia è stata un’infanzia bellissima.” Può essere, ma a volte la memoria ha i suoi tempi.

Qualche settimana fa una persona mi ha detto esattamente questa frase. Poi abbiamo continuato a parlare. Dopo cinque minuti si è ricordata che, da piccolo, quando faceva il “birichino”, veniva picchiato a cinghiate. Quindi, se alla prima frontiera della memoria, trovate un tizio armato con alle spalle un enorme cartello con scritto “NO TRESPASS”, forse vale la pena fermarsi a parlargli, allungategli 50€, ammiccate e cercate di farvi aprire la sbarra.



La conoscenza della nostra storia personale contiene la chiave della maggior parte delle vostre relazioni e delle vostre dinamiche. Fate domande a chi vi ha visto crescere e si ricordava. Chiedete anche pareri sui vostri familiari, cercate di ricostruire questi puzzle 3d nelle sue complesse sfaccettature. Indagate sul perchè siete arrivati, siete stati cercati? Siete figli arrivati “per caso”? Cosa stavano vivendo i vostri genitori quando siete stati concepiti? Quali sono state le reazioni quando hanno dato la notizia? Il vostro parto com’è andato? E dopo?

A questo punto mi rendo conto che qualcuno potrebbe essere leggermente confuso.

Magari siete arrivati fin qui sperando di trovare le parole magiche per far fare i compiti a vostro figlio senza trasformare il soggiorno in un campo di battaglia, e invece vi sto chiedendo di indagare sul vostro parto, sul vostro concepimento e sulla storia emotiva dei vostri genitori.

La reazione potrebbe essere più o meno questa: “Scusa, ma che stai dicendo? Stavamo parlando di mio figlio che mi risponde male. Che cosa c’entra mia madre?” La risposta breve è: più di quanto vorremmo. Perché quando un bambino ci mette in difficoltà, molto spesso non si attivano soltanto le nostre competenze educative, ma anche la nostra storia personale, le nostre paure, i nostri ricordi e il modo in cui siamo stati cresciuti.

Per questo le domande che vi ho proposto, anche se possono sembrare fuori contesto, sono in realtà sorprendentemente utili. Ricostruire la propria storia non serve a trovare un colpevole o una spiegazione per tutto, ma a capire meglio chi siamo, come reagiamo e perché, a volte, davanti a nostro figlio, ci sentiamo improvvisamente molto più piccoli di lui.

Come spiega Alice Miller, “Ogni comportamento rivela la sua logica sino a quel momento celata, non appena le esperienze traumatiche e non, subite nell’infanzia, non debbano più rimanere nell’ombra.”